peg

Cos’è e come deve essere gestita la PEG (Gastrostomia Endoscopica Percutanea)

Breve guida per caregiver alla corretta gestione della PEG, la gastrostomia endoscopica percutanea che consente la somministrazione diretta di cibi solidi, liquidi e farmaci a persone non in rado di alimentarsi per bocca autonomamente.

Chi svolge il ruolo di caregiver di una persona non autosufficiente può trovarsi a dover gestire situazioni particolari e anche molto delicate che hanno a che fare con bisogni fisiologici quotidiani del paziente assistito, come mangiare, bere e andare in bagno. In alcune circostanze, a causa di patologie di diversa natura, queste attività all’apparenza banali necessitano di un supporto specifico. È il caso, ad esempio, delle stomie, che sono degli accessi addominali che mettono in collegamento l’apparato digerente o quello urinario con l’esterno e consentono il passaggio delle feci e dell’urina. Ed è anche il caso della PEG, acronimo di Gastrostomia Endoscopica Percutanea, a cui è dedicato questo approfondimento.

Cos'è e come funziona la PEG

La PEG è una procedura medica utilizzata per consentire l'alimentazione diretta attraverso il tratto gastrointestinale, spesso necessaria per pazienti che non sono in grado di assumere il cibo per bocca. Questa particolare tipologia di stomia viene realizzata mediante un procedimento chirurgico minimamente invasivo, con cui si inserisce un tubo di alimentazione direttamente nello stomaco del paziente, attraverso la parete addominale. Questo tubo viene posizionato tramite un endoscopio, uno strumento flessibile dotato di una telecamera, che consente ai medici di visualizzare l'interno dell'esofago e dello stomaco in tempo reale durante la procedura. Una volta posizionato correttamente, il tubo viene ancorato alla parete interna dello stomaco e viene utilizzato per somministrare alimenti, liquidi e farmaci.

Come avviene la nutrizione attraverso la PEG

Dopo aver posizionato correttamente la PEG, infatti, i pazienti possono ricevere alimentazione e altre sostanze direttamente nello stomaco. Gli alimenti liquidi o semi-liquidi vengono somministrati attraverso una siringa o una pompa per alimentazione, mentre i farmaci possono essere macinati e diluiti in acqua. Questo metodo di alimentazione fornisce al paziente le calorie, i nutrienti e i fluidi necessari per mantenere una nutrizione adeguata, anche quando non è in grado di mangiare o bere normalmente.

Come deve essere gestita la PEG: pulizia e manutenzione

La gestione della PEG richiede attenzioni particolari da parte del caregiver, per garantire il corretto funzionamento del tubo di alimentazione e prevenire complicazioni. In primo luogo, è importante mantenere pulita e asciutta la zona intorno al punto di inserimento del tubo e cambiare regolarmente il sistema di alimentazione per prevenire infezioni. Inoltre, bisogna essere addestrati sull'uso corretto della PEG, compresi i protocolli per somministrare alimenti, liquidi e farmaci, nonché il monitoraggio dei segni di eventuali complicazioni, come infezioni, ostruzioni del tubo o perdite di liquido. In caso di problemi o complicazioni legate alla PEG, poi, è fondamentale consultare immediatamente un medico o un professionista sanitario per una valutazione e un trattamento appropriati.

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I 10 diritti fondamentali dei malati di cancro

Il “Codice europeo di prassi contro il cancro”, promosso dalla European Cancer Organization, fissa 10 diritti irrinunciabili del malato oncologico che ogni stato deve impegnarsi a rispettare, attraverso il proprio sistema sanitario nazionale ma anche cooperando con altre realtà. All’interno del decalogo dei diritti del malato di cancro figurano principi fondamentali, come quelli ai trattamenti sostenibili, all’informazione corretta e alle cure palliative per il miglioramento della qualità della vita.

Quando ci si ammala di cancro si è destinati ad attraversare un periodo di profonda fragilità, sia fisica che psicologica. Il tumore, infatti, anche quando si presenta in forma non letale, è destinato a fiaccare il corpo e la mente. A questo generale indebolimento contribuiscono anche le pesanti cure a cui un paziente oncologico deve sottoporsi e la necessità, in molti casi, di mettere quasi in pausa la propria vita, magari rinunciando provvisoriamente al lavoro e a molte relazioni sociali. La persona malata di tumore, quindi, rischia di sentirsi sola nella lotta contro un male che fa davvero paura. Per fortuna, negli anni è notevolmente cresciuta la consapevolezza di questa fragilità e al malato oncologico vengono garantite sempre maggiori attenzioni. Non bisogna però abbassare la guardia. Per questo motivo, le organizzazioni che a livello nazionale e internazionale si occupano dei pazienti affetti da cancro concentrano molti dei loro sforzi nella promozione dei diritti specifici di queste persone.

In questo senso, uno degli interventi più importanti è stato quello della European Cancer Organization che, nel 2020, ha promulgato il Codice europeo di prassi contro il cancro. Il documento contiene 10 diritti fondamentali che gli stati europei devo impegnarsi a garantire ai malati oncologici, dal momento della diagnosi fino a quello del loro reintegro in una vita “normale”.

  1. Diritto all’accesso equo

Il primo e più importante diritto di un paziente oncologico è sena dubbio quello alla salute. Alla persona che scopre di avere un cancro deve essere assicurata la possibilità di accedere alle migliori cure disponibili, a condizioni economicamente sostenibili. Inoltre, gli deve essere garantita l’opportunità di ricevere un secondo parere medico sulla sua situazione, se lo desidera.

  1. Informazione

Al momento della diagnosi e durante tutto il percorso di cura, il paziente oncologico ha diritto ad essere sempre compiutamente informato sulle sue condizioni di salute e sulle terapie che gli vengono somministrate. In ogni momento, infatti, una persona malata deve poter decidere sul proprio presente e sul proprio futuro in modo consapevole.

  1. Qualità, esperienza e risultati

Nel concetto di trasparenza rientrano anche le informazioni relative alla qualità e sicurezza dai trattamenti a cui è sottoposto il paziente oncologico e al livello di esperienza raggiunto, nella cura della specifica tipologia di cancro, dal centro che lo ha in carico.

  1. Terapia specializzata e multidisciplinare

Il decalogo della European Cancer Organization interviene anche sulle caratteristiche che deve avere la terapia offerta al paziente oncologico: specializzata e multidisciplinare. Secondo questa impostazione, infatti, rappresenta un valore aggiunto il supporto di un team focalizzato sulle cure contro il tumore e composta da una pluralità di professionisti sanitari in grado di lavorare in sinergia.

  1. Decisioni condivise

Altro importantissimo diritto riconosciuto ad una persona colpita da tumore è quello alle decisioni condivise. Nulla deve essere imposto unilateralmente dal tema medico ma ogni passaggio del percorso di cura deve essere frutto di valutazioni in cui viene coinvolto anche il paziente. Un principio strettamente connesso con quello alla corretta e completa informazione sulla terapia.

  1. Ricerca & innovazione

Anche il diritto alla ricerca e innovazione appare come un completamente di quello all’informazione. Secondo questo principio, infatti, il paziente oncologico deve essere sempre portato a conoscenza delle più recenti novità in materia di ricerca contro il cancro e della possibilità di essere inserito in percorsi di sperimentazione.

  1. Qualità della vita

Al di là del presunto esito della terapia oncologica, al malato devono sempre essere somministrati trattamenti che gli garantiscano la migliore qualità della vita possibile.

  1. Integrazione di cure adiuvanti e palliative

Come diretta conseguenza del principio precedente, il Codice Europeo di prassi contro il cancro enuncia esplicitamente il diritto alle cure adiuvanti e palliative, che permettono di ridurre il dolore e le sofferenze patite dal paziente oncologico, spesso anche come conseguenze di terapie molto impattanti.

  1. Sopravvivenza e riabilitazione

Il tema della riabilitazione del paziente che ha attraversato un periodo di cure oncologiche rimane spesso secondario ma è invece centrale, tanto da essere stato inserito nel decalogo dalla European Cancer Organization. Al malato oncologico, infatti, deve essere garantito il diritto alla pianificazione, in accordo con il team che lo ha in cura, di un piano per la sua sopravvivenza e riabilitazione, che sia chiaro e gestibile.

  1. Reintegro

Infine, il paziente oncologico ha l’inviolabile diritto ad essere reintegrato nella società, senza subire alcun pregiudizio o discriminazione. Un principio strettamente connesso con il cosiddetto diritto all’oblio, cioè a non essere costretti a fornire informazioni rispetto alla propria pregressa condizione patologica.


Come prevenire le cadute in casa

Quali precauzioni bisogna adottare per evitare le cadute in casa e per strada? Come gestire una caduta, quando avviene nonostante tutte le attenzioni? Sono due domande fondamentali, soprattutto per persone che si trovano in condizioni di fragilità fisica, come anziani o malati. Ecco due brevi guide per capire come comportarsi.

Per una persona anziana o in condizioni di fragilità fisica, anche una banale caduta può evolvere in un problema serio, magari dando luogo a rischiose fratture (come quella del femore, forse la più conosciuta). Ecco perché è molto importante informare chi è a rischio sulle corrette abitudini da seguire per evitare questi spiacevoli inconvenienti. Sul tema, l’Hospice San Luca è molto attento e nell’ambito delle politiche di gestione del rischio clinico, sia per i pazienti residenziali che per quelli domiciliari, ha elaborato dei materiali informativi dedicati. Di seguito, una breve guida dedicata per evitare e imparare a gestire le cadute nella vita quotidiana.

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Come evitare le cadute in casa e per strada

  • Non muoverti mai per casa al buio, illumina tutte le stanze;
  • Rimuovi i tappeti o utilizza metodi per bloccarli al pavimento;
  • Per pulire i pavimenti, non utilizzare prodotti come la cera;
  • Installa corrimano e punti di appoggio sia in bagno (soprattutto all’uscita della doccia), sia sulle scale;
  • Quando ti alzi dal letto, dal divano o dalla sedia fallo lentamente;
  • Non salire in piedi su sgabelli o sedie e non utilizzare le scale per raggiungere i punti più alti dei mobili;
  • Utilizza un bastone per aiutarti nel camminare;
  • Indossa scarpe con suole non scivolose;
  • Evita di muoverti su superfici irregolari;
  • Quando sei fuori casa, fai attenzione ai veicoli in movimento e ricorda che le luci molto forti possono abbagliarti e farti perde l’equilibrio.

Assistenza malati terminali, meglio a casa o in hospice?

Come comportarsi dopo una caduta

A volte, purtroppo, anche adottando tutte le precauzioni del caso non si riesce ad evitare di cadere. In queste circostanze, è importante imparare a gestire la situazione e a rialzarsi in tutta sicurezza. Ecco quattro regole fondamentali da seguire:

  • Girati sulla pancia;
  • Mettiti carponi e avvicinati a un mobile che garantisca stabilità;
  • Usa il mobile come punto di appoggio per rialzarti;
  • Alzati e siediti per recuperare le forze.

Scarica la brochure dedicata alla gestione delle cadute in casa


cura alimentazione caregiver

9 consigli per la cura dell'alimentazione della persona assistitta

Ogni giorno, il caregiver è chiamato a preparare i pasti per la persona che assiste e a supportarla mentre mangia. La cura dell'alimentazione, infatti, è un momento fondamenale del lavoro del caregiver, che deve tenere conto sia delle esigenze di gustro del malato che di quelle di una corretta e salutare alimentazione.

Tra i compiti quotidiani di cui deve farsi carico un caregiver c'è anche la gestione dell'alimentazione della persona assistita. Un'attività piuttosto delicata, che ha implicazioni sia fisiche che psicologiche molto rilevanti. Una dieta equilibrata, infatti, è fondamentale per supportare lo stato di benessere psicofisico del malato. Allo stesso tempo, però, il cibo può incidere sull'umore e sullo stato d'animo, sia in positivo che in negativo. Infine, la consumazione dei pasti, per il, caregiver professionale o familiare, è sempre un momento utile di socializzazione ma anche di monitoraggio dello stato di salute della persona a cui si presta assistenza.

Stress del caregiver, cosa rischia chi si occupa di assistere una persona non autosufficiente

Per tutti questi motivi, l'assistenza nell'alimentazione di una persona non autosufficiente richiede sensibilità, attenzione e conoscenza delle sue esigenze specifiche. Durante la malattia, l'appetito del paziente può variare (solitamente diminuisce, anche perché la totale o parziale immobilità determina un minor fabbisogno calorico) e rispettare le sue preferenze diventa fondamentale per garantire un adeguato apporto nutrizionale.

Ecco nove consigli pratici a cui un caregiver può ispirarsi per curare l'alimentazione di una persona non autosufficiente:

  1. Rispettare le preferenze personali. La perdita di autonomia nella preparazione dei pasti può generare frustrazone, perchè obbliga a mangiare ciò che viene deciso da qualcun altro. È molto importante, quindi, non essere impositivi e concedere alla persona che si assiste di mangiare cose che gli piacciono e devitare ciò che lo disturba o addirittura fli crea nausea (pur nel rispetto di una dieta equilibrata).
  2. Variare il cibo. Mangiare sempre le stesse cose oltre e non fare bene può rappresentare un'ostacolo all'appetito, perché appiattisce i sapori. Meglio variare, sia nella scelta degli alimenti che nella loro consistenza e nella tipologia di cottura.
  3. Prediligere alimenti freschi. Il cibo confezionato ha senza dubbio il pregio della praticità. Ma gli alimenti freschi, che necessitano di essere cucinati, sono più sani e consentono una maggiore variazione delle preparazioni.
  4. Adattarsi alle alterazioni del gusto. Alcune malattie possono portare alterazioni nella percezione dei sapori. Nel tempo, quindi, può rivelarsi necessario adattarsi a questi cambiamenti.
  5. Dividere il fabbisogno giornaliero in piccole porzioni. Un altra strategia utile a contrastare la mancanza di appetito è quella di ripartire il cibo giornaliero in un numero maggiore di pasti, che siano più piccoli e quindi più "sopportabili" per una persona che ha poca fame e magari mangia controvoglia.
  6. Facilitare la deglutizione. In alcuni casi, le persone non autosufficienti hanno difficoltà di masticazione e deglutizione. Per facilitare il pasto quindi, è bene oritnarsi su preparazioni liquide o semiliquide oppure triturare o omogeneizzare gli alimenti.
  7. Curare l'idratazione. Durante tutta la giornata, è necessario prestare attenzione a quanti liquidi riesce a bere la persona che si assiste, stimolando la sete anche ricorrendo a bevande diverse dall'acqua o a soluzioni come ghiaccioli e granite (soprattutto in estate).
  8. Creare un'atmosfera piacevole. Il momento del pasto non è fatto solo da ciò che si mette nel piatto ma anche da ciò che c'è e si muove intorno. È improtante creare e conservare una piacevole ritualità, un momento di socializzazione, in un ambiente accogliente e confortevole.
  9. Promuovere l'autosufficienza. Tutto ciò che la persona assistita riescve a fare da sola e bene lasciarglielo fare, magari utulizzando strumenti che facilitino alcune azioni, come bicchieri con due manici o cannucce per bere, oppure posate dall'impugnatura semplice.

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donna anziana che viene pettinata

L'igiene personale dell'assistito non autosufficiente, 6 consigli utili per caregiver a casa

La cura dell'igiene personale di una persona non autosufficiente è uno dei compiti più delicati e impegnativi che grava su un caregiver. Allo stesso tempo, però, è un'attività di primaria importanza per il benessere psicofisico dell'anziano o del malato. È bene, perciò, occuparsene con particolare attenzione e qualche consiglio pratico può tornare molto utile.

La cura dell'igiene personale è un momento estremamente intimo, che ha a che fare con la dignità personale e con il piacere di prendersi cura di sé. Purtroppo, in vecchiaia o quando si è colpiti da una patologia invalidante, ci si può trovare nella condizione di non riuscire più a far fronte al meglio a questa attività. Quindi, tra i compiti più delicati che spettano al caregiver di una persona non autosufficiente (in tutto o in parte) c'è proprio la cura dell'igiene personale. Un impegno che può influire anche sulla salute complessiva dell'assistito, rivelandosi ancora più cruciale. Per questo motivo, può essere utile apprendere alcune buone pratiche che facilitano questa azione di cura dell'igiene personale. A partire da questi 6 consigli.

Chi è cosa fa un caregiver familiare

1) Creare una routine giornaliera, un calendario e una checklist

La prima cosa da fare è fissare una routine, una sorta di agenda giornaliera, settimanale e mensile in cui inserire le diverse attività di igiene personale, da quelle che vanno curate tutti i giorni (come la pulizia dei denti o la detersione di specifiche parti del corpo) fino a quelle che hanno cadenza non quotidiana (come la doccia, il lavaggio dei capelli o il taglio delle unghie). Stabilire degli appuntamenti fissi, delle ricorrenze infonde un senso di sicurezza e di accudimento nella persona non autosufficiente. Allo stesso modo, è utile per un caregiver creare una check list personale di tutte gli aspetti dell'igiene a cui prestare attenzione, in modo da non dimenticare nulla.

2) Adeguarsi alle esigenze dell'assistito e rispettarne l'intimità

Uno degli effetti più dolorosi della perdita dell'autonomia è il ritrovarsi in balia delle decisioni e delle volontà altrui. Non poter decidere più niente, non poter scegliere più niente, dipendere da qualcuno anche per andare in bagno, sono sensazioni che possono far precipitare in un profondo sconforto il malato o l'anziano. Per questo motivo, laddove possibile, è bene rispettare le sue volontà e le sue preferenze. Se ha delle abitudini che sono compatibili con la sua condizione, è fondamentale mantenerle. Così come adeguarsi alle sue scelte su aspetti apparentemente banali, come la predilezione per un determinato bagnoschiuma o per un vestito al posto di un altro.

Stress del caregiver, come reagire

3) Rispettare l'intimità della persona accudita

L'altra faccia dolorosa della non autosufficienza è la perdita dell'intimità. Quando non ci si può lavare da soli, infatti, bisogna accettare l'idea di vedere invasa la propria privacy da una presenza esterna, seppur familiare. È un disagio che il caregiver deve saper rispettare, cercando il più possibile di essere discreto e poco invadente. Se possibile, alcune pratiche di igiene personale è bene lasciarle fare in autonomia al malato, magari fornendo un semplice supporto esterno di sicurezza.

4) Attrezzare la casa con appoggi e dispositivi di sicurezza 

In tutto ciò che riguarda l'attività di caregiving bisogna tenere in massima considerazione la sicurezza, sia propria che dell'assistito. La cura dell'igiene personale non fa eccezione. Anzi, bisogna essere molto scrupolosi, perché alcune attività, come la doccia, possono rivelarsi molto pericolose per via del rischio di infortuni. Fondamentale, quindi, è affidarsi ad appositi dispositivi di sicurezza, come maniglie, tappeti antiscivolo, sedie da doccia, deambulatori.

5) Preparare prima il materiale necessario

Per non avere distrazioni durante le operazioni di lavaggio e cura e per non dover lasciare neanche un istante l'assistito da solo, è necessario che il caregiver prepari prima e tenga a portata di mano tutto ciò che serve: asciugamani, saponi, spugne, tagliaunghie, ciabatte e via dicendo.

6) Mantenere gli ambienti ad una temperatura confortevole

La salute di una persona non autosufficiente è fragile. È importante quindi prestare particolare attenzione a non esporla a temperature troppo basse o a correnti d'aria durante le operazione di igiene personale. Una buona prassi è quella di mantenere la temperatura della stanza da bagno e di quelle in cui si muove l'assistito sempre tra i 22 e i 24 gradi. Inoltre, nel caso di pazienti che vengono lavati a letto con una spugna perché non possono essere mossi, è bene procedere scoprendo di volta in volta solo la parte da detergere.

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movimentazioni pazienti

Movimentazione dei malati allettati: le regole generali per evitare infortuni

Otto regole essenziali per non correre rischi durante la movimentazione di una persona allettata o non pienamente deambulante. Dei consigli fondamentali per chi svolge il ruolo di caregiver e vuole evitare infortuni a sé stesso e alla persona assistita.

Assistere una persona che, a causa di una malattia invalidante, è costretta a letto o è estremamente limitata nei movimenti (ad esempio, si sposta solo tramite sedia a rotelle) può rappresentare un elemento di criticità per chi svolge il ruolo del caregiver. La movimentazione dei pazienti allettati o impossibilitati ad utilizzare braccia e/o gambe, infatti, può comportare dei rischi di infortuni anche piuttosto seri, sia a carico del malato che del caregiver (in particolare alla schiena). Per riuscirci senza farsi e senza fare male ci vuole forza fisica, senza dubbio, ma soprattutto bisogna utilizzare delle tecniche corrette che minimizzano i pericoli. Ed è utile anche dotarsi di appositi strumenti di sostegno, quando disponibili (come traverse o trapezi). Tali tecniche e accorgimenti variano a seconda della gravità delle condizioni in cui versa la persona assistita e soprattutto in base alla sua capacità di collaborare anche minimamente al proprio spostamento. Si differenzia, infatti, tra paziente collaborante o non collaborante, e nel secondo caso la movimentazione è molto più faticosa e rischiosa.

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Ci sono, però, delle regole d’oro che valgono sempre e comunque e che è bene tenere a mente.

  1. Utilizzare un abbigliamento adeguato. Quando ci si accinge a spostare un malato allettato è bene indossare abiti che non siano di intralcio e soprattutto utilizzare delle calzature comode, con fondo antiscivolo e con struttura che abbracci il piede.

  2. Garantire la stabilità della persona assistita. Se il malato si trova su un letto o su una sedia con le ruote, è fondamentale assicurarsi di aver inserito gli appositi blocchi.

  3. Farsi spazio. Come per l’abbigliamento, bisogna evitare di avere vicino oggetti che posso essere d’intralcio durante le operazioni di movimentazione.

  4. Garantire la propria stabilità e il proprio equilibrio. Durante le fasi di sollevamento e spostamento le gambe vanno leggermente divaricate, con piedi paralleli o uno davanti all’altro.

  5. Non sottoporre la schiena a uno sforzo eccessivo. Il rischio maggiore per il caregiver, nelle movimentazioni, è quello di infortunarsi alla schiena (strappi, contusioni, ernie, eccetera); per questo motivo, è fondamentale eseguire gli sforzi piegando le ginocchia, tenendo la zona lombare in estensione (lordosi fisiologica), affidandosi alla spinta di braccia e gambe.

  6. Evitare rotazioni e inclinazioni. I movimenti di rotazione e di inclinazione laterale, infatti, spongono maggiormente al rischio infortuni e vanno evitati.

  7. Prestare attenzione alla presa. Bisogna evitare in modo assoluto di afferrare il paziente in punti cedevoli, come ascelle e incavo del ginocchio. Vanno preferite, invece, le prese che cingono le spalle e i fianchi.

  8. Tenere il peso vicino a sé e sfruttare anche quello del proprio corpo. In questo modo, si mantiene stabile il baricentro e si evitano pericolose perdite di equilibrio.

  9. Fare attenzione all'eventuale presenza di presidi, come cateteri vescicali, drenaggi, colostomie o urostomie, vie di somministrazione di farmaci.

Requisiti e modalità per il ricovero in hospice


sacca per stomia

Vivere con una stomia: cosa mangiare e come pulirla a casa

Le stomie dei pazienti che hanno subito interventi a carico dell’apparato digerente o urinario pongo dei problemi di gestione. In particolare, il caregiver che si prende cura del malato a casa è tenuto a prestare attenzione a due temi: il cibo e la pulizia. Ecco come comportarsi.

In presenza di particolari patologie dell'apparato digerente o di quello urinario, può rendersi necessario un intervento chirurgico che consenta lo svuotamento di queste aree del corpo da feci e urine. Il lascito di questo tipo di operazioni è, in molti casi, una stomia, cioè un’apertura localizzata sull'addome. Ovviamente, la presenza della stomia richiede di adeguare le proprie abitudini di vita, a partire da ciò che si mangia e beve. Inoltre, si deve prestare molta attenzione alla gestione della stomia stessa, soprattutto dal punto di vista dell'igiene personale. Tutti compiti che, nel caso di paziente non autosufficiente, spettano al caregiver. In questo articolo, vengono presentati alcuni consigli pratici di gestione delle stomie, pensati proprio per chi ha il compito di accudire una persona che abbia subito un intervento chirurgico di questo tipo.

Assistenza ai malati terminali: meglio a casa o in hospice?

Che cos'è la stomia

Per prima cosa, è utile approfondire la definizione di stomia. Come detto, in medicina questo termine indica un'apertura presente sull'addome a seguito di un'operazione a carico dell'apparato digerente o urinario. La funzione della stomia è quella di mettere in collegamento tali apparati con l'esterno, consentendo il passaggio di gas, feci o urine. Per questo motivo, le stomie sono solitamente collegate a delle sacche esterne di raccolta.

A seconda della zona interessata, esistono tre tipologie di stomia:

  • Ileo-stomia: permette la fuoriuscita di una piccola porzione di intestino tenue, utile alla liberazione dell'intestino dalle feci senza affaticare il tratto danneggiato o non funzionante;
  • Colo-stomia: simile alla precedente ma con interessamento del colon;
  • Uro-stomia: permette il collegamento dell'uretere alla parete addominale per favorire la fuoriuscita dell'urina.

Breve guida all’assistenza domiciliare integrata

Cosa può mangiare e bere un paziente con stomia

Il primo e più evidente impatto della presenza di una stomia sulla vita quotidiana di chi ha subito l’operazione riguarda l’alimentazione. A seconda del tipo di stomia, infatti, bisogna osservare particolari accorgimenti relativi a ciò che si mangia e si beve.

  • Ileo-stomia: questo tipo di condizione può comportare una perdita di acqua e sali minerali, con effetti negativi sul livello di idratazione, per questo motivo, si deve prestare attenzione alla loro reintegrazione;
  • Colo-stomia: è consigliabile evitare l’assunzione di cibi che portano alla formazione di gas, come birra, cioccolato, cavolfiore, formaggi fermentati, eccetera);
  • Uro-stomia: bisogna accertarsi di bere almeno 2 litri di acqua al giorno.

Al di là di queste indicazioni specifiche, inoltre, può essere di aiuto:

  • Evitare l’assunzione di cibi contenenti lattosio;
  • Evitare cibi ricchi di fibre;
  • Prediligere alimenti naturalmente privi di scorie (come carne, pesce, uova, risi, cibi secchi);
  • Evitare cibi speziati e piccanti che possono irritare l’apparato gastrointestinale;
  • Evitare di consumare alimenti e bevande molto caldi o molto freddi

Leggi di più sui Livelli Essenziali di Assistenza

Come gestire e pulire le stomie

Altro argomento molto importante in materia di stomie è quello legato alla pulizia. Uno dei rischi maggiori per i pazienti che presentano una stomia, infatti, è la contrazione di infezioni. Per questo, l’igiene della parte interessata dall’operazione è fondamentale. È bene però precisare che tale gestione non richiede l’utilizzo di materiale sterile, non essendo la stomia una ferita. Da evitare, quindi, alcol, amuchina e ovatta. È sufficiente, invece, utilizzare materiale pulito e personale: sapone neutro, spugna, panno carta.

L’importanza di lavarsi bene le mani


lesioni da pressione

Come curare le lesioni da pressione

Le lesioni da pressione, tipiche dei malati allettati e molto deperiti, possono rappresentare un serie pericolo, se non curate tempestivamente e adeguatamente. Quindi è bene che un caregiver sappia come comportarsi per prevenire e trattare queste lesioni da pressione. Ecco una breve guida.

L’insorgenza delle cosiddette lesioni da pressione sul corpo di un malato costretto a letto dalla sua patologia è uno dei problemi che può trovarsi ad affrontare chi svolge il ruolo di caregiver professionale o familiare. Le lesioni da pressione, infatti, sono frequenti e potenzialmente molto pericolose. Per un caregiver, quindi, è importante conoscere bene il problema e sapere quali sono le strategie migliori per evitare che le piaghe compaiano (prevenzione) o per curarle al meglio una volta che si sono manifestate (trattamento).

Assistenza ai malati terminali: meglio a casa o in hospice?

Lesioni da pressione: cosa sono e perché vengono

Per prima cosa, è utile inquadrare in modo preciso cosa sono le lesioni da pressione. Si tratta di ferite che si formano nei pazienti allettati, soprattutto se anziani o deperiti. In particolare, le piaghe compaiono nei punti in cui la pelle viene compressa tra l’osso interno e la superficie esterna su cui è appoggiato il malato. Nelle lesioni da pressione si possono individuare diversi livelli di gravità:

  • Stadio 1: si manifestano come semplice eritema cutaneo;
  • Stadio 2: si trasformano in vere escoriazioni, con possibile comparsa di vesciche;
  • Stadio 3: si produce una cavità che arriva fino alla fascia muscolare;
  • Stadio 4: la profondità della cavità aumenta, interessando muscoli, tendini e ossa.

Nelle forme più gravi e avanzate, le lesioni da pressione richiedono l’intervento chirurgico, altrimenti c’è il rischio che sfocino in complicazioni (soprattutto infezioni) che a loro volta possono condurre il paziente alla morte. Proprio alla luce delle gravi conseguenze che possono verificarsi, assume particolare importanza l’attività di prevenzione e di cura delle lesioni da pressione. Per questo motivo, ai caregiver e alle famiglie che attivano l’assistenza domiciliare di malati terminali vengono forniti adeguate informazioni in merito.

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Come prevenire le lesioni da pressione

Le principali strategie per prevenire la comparsa di piaghe da decubito sono:

  • utilizzo di presidi antidecubito: si tratta di letti, materassi, talloniere, gomitiere, cuscini e imbottiture varie che garantiscono il corretto allineamento del corpo e limitano le pressioni sulla pelle;
  • mobilizzazione frequente del malato: nelle persone costrette a letto (sedute o sdraiate), il riposizionamento dovrebbe avvenire almeno ogni 2 ore e partire dall’osservazione delle zone della cute eventualmente arrossate;
  • pulizia e cura della pelle: mantenere la cute pulita e morbida (tamponando invece di strofinare nella fase di lavaggio e applicando creme dense) è fondamentale per renderla meno sofferente e più resistente a pressioni e frizioni;
  • alimentazione e idratazione: anche mangiare in modo adeguato e bere a sufficienza ha ripercussioni positive sulla salute della pelle.

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Come curare le lesioni da pressione

Qualora con la prevenzione non si riesca comunque ad evitare l’insorgere delle piaghe da decubito è bene attivarsi tempestivamente per trattarle, confrontandosi con il medico di riferimento. I possibili metodi di cura delle lesioni da pressione sono simili alle strategie adottate in prevenzione (mobilizzazione, cura della pelle, alimentazione, idratazione). Si aggiungono, però, alcune accortezze specifiche, come la pulizia, la medicazione e il bendaggio delle ferite eventualmente createsi per tenere sotto controllo le infezioni.

Come funziona un hospice?


gestione catetere

Come gestire il catetere vescicale

Il catetere vescicale è un dispositivo medico utilizzato con coloro che presentano ritenzione urinaria. Applicato e cambiato dal personale sanitario, deve essere gestito quotidianamente dal paziente stesso e dal suo caregiver, per evitare infezioni o ostruzioni. Ecco una breve guida pratica.

L’uso del catetere vescicale è piuttosto comune nelle persone non autosufficienti, molto anziane o colpite da patologie dell’apparato urinario. Un caregiver familiare o professionale, quindi, può facilmente trovarsi a dover gestire questo dispositivo medico nella quotidianità, sia per mantenerlo correttamente in funzione, sia per monitorare eventuali problemi. Tale attività di manutenzione e controllo, è bene precisarlo, non riguarda però l’applicazione o la sostituzione del catetere vescicale, che deve essere necessariamente effettuata da personale sanitario (solitamente un infermiere che si reca al domicilio del paziente, se questi non è ricoverato). Di seguito, una breve guida pratica per la gestione del catetere vescicale, pensata proprio per supportare i caregiver.

Stress del caregiver, cos’è e come affrontarlo

Cos’è e a cosa serve un catetere vescicale

Il catetere vescicale è un dispositivo medico composto da un sottile tubicino in lattice o in silicone che viene inserito nella vescica tramite l’uretra (cioè il canale che la collega verso l’esterno). Tale tubicino è poi collegato a una sacca esterna dove viene raccolta l’urina. Si distinguono due tipi di catetere vescicale: a permanenza e temporaneo.

La funzione del catetere è quella di favorire il completo svuotamento della vescica nei pazienti che soffrono di ritenzione urinaria. Una volta applicato dal personale sanitario, il catetere deve essere gestito giorno dopo giorno, affinché funzioni correttamente e non dia problemi. Soprattutto, è necessario svuotare e cambiare periodicamente la sacca di drenaggio e assicurarsi che rimanga sempre sotto il livello della vescica, per evitare forme di reflusso. Inoltre, va monitorato l’eventuale insorgenza di infezioni. Il catetere stesso, invece, viene sostituito ogni 14 giorni (per quelli in lattice) o ogni 28 giorni (per quelli in silicone).

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Come gestire il catetere vescicale

La gestione del catetere vescicale, quindi, è un’importante attività che ricade nell’ambito di competenza di un caregiver, che quindi viene formato in merito dal personale sanitario responsabile del paziente. Ecco un elenco degli elementi a cui prestare maggiore attenzione:

  • Lavare sempre le mani prima di maneggiare il catetere e la sacca;
  • Curare l’igiene personale del malato;
  • Evitare traumi;
  • Assicurarsi che la sacca di svuotamento sia sempre sotto il livello della vescica;
  • Assicurarsi che il tubicino non risulti schiacciato o formi curvature che possono ostacolare il passaggio dell’urina;
  • Svuotare e cambiare periodicamente la sacca in cui si raccoglie l’urina;
  • Controllare l’urina per intercettare tempestivamente eventuali anomali (presenza di sangue, colore scuro, eccessiva densità, eccetera);
  • Verificare che l’assistito beva a sufficienza e segua una dieta equilibrata.

I servizi offerti da un hospice


depressione post caregiving

Post-caregiving, la necessità di ripensare la propria vita dopo la fine dell’assistenza

La depressione che può colpire il caregiver dopo la morte della persona assistita è molto meno studiata rispetto allo stress del caregiver ma non è di certo meno grave. La sindrome da post caregiving richiede di essere affrontata con il supporto di uno specialista, nella forma della terapia individuale o di quella di gruppo. Ecco, nel dettaglio, di cosa si tratta e quali sono i suoi sintomi.

In una società in cui la figura del caregiver acquista sempre più importanza, è giusto interrogarsi profondamente sulle implicazioni psicologiche ed emotive che questo ruolo comporta. Ampiamente studiato, ad esempio, è il cosiddetto stress del caregiver, cioè la condizione di sofferenza fisica e psicologica che può investire chi è chiamato ad occuparsi a tempo pieno di una persona non autosufficiente e si sente gravato da una pesante responsabilità. Meno affrontato, invece, è il tema della sindrome da post-caregiving, che può manifestarsi nella fase successiva alla morte dell’assistito, quando il caregiver è chiamato a ristrutturare radicalmente la propria vita. D’altra parte, in alcune circostanze l’attività come caregiver può durare anni. Anche nel caso del post-caregiving, quindi, l’impatto in termini di stress psico-fisico può essere molto forte e necessitare di un aiuto specialistico. La sindrome da post-caregiving, infatti, è una forma seria di depressione, che può colpire indifferentemente sia caregiver familiare che caregiver professionali.

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Cosa succede quando il caregiving finisce

Per comprendere la portata di questo problema, è bene focalizzarsi su cosa può accadere nella mente del caregiver dopo la fine del suo impegno. È un passaggio cruciale, che segna l’esplodere di emozioni potenti e contrastanti. Da una parte, c’è la naturale sofferenza, ancor più profonda se chi viene a mancare è una persona cara. Sofferenza che però è chiamata a bilanciarsi con una sensazione uguale e contraria: il sollievo per non dover più affrontare le fatiche quotidiane dell’assistenza. Questo contrasto genera in molti casi un forte senso di colpa, una sorta di vergogna, aggravata magari anche da forme di colpevolizzazione condensate in una domanda rivolta a sé stessi: potevo fare di più e meglio? Possono poi esserci dei contraccolpi fisici nel post-caregiving. Ad esempio, l’ex-caregiver può accusare stanchezza e mancanza di energia, proprio quella che non era venuta meno nel lungo periodo di assistenza.

Questo turbinio di emozioni può sfociare in sintomi che sono spia evidente di una depressione e di un esaurimento, come:

  • Senso di sopraffazione;
  • Preoccupazione costante;
  • Irritabilità;
  • Problemi con il cibo (scarso appetito o fame eccessiva);
  • Apatia

Come superare la sindrome da post-caregiving

Superare la depressione post-caregiving non è semplice. La soluzione migliore è quella di cercare un aiuto professionale, intraprendendo un percorso di sostegno con uno psicologo o psicoterapeuta. Solo un esperto, infatti, è in grado di accompagnare il caregiver nel sentiero di interpretazione e accettazione dei suoi sentimenti contrastanti. Sul tema si è ancora studiato e dibattuto poco, come dimostra anche la scarsa disponibilità di articoli e studi in proposito. Chi se ne è occupato professionalmente, però, sottolinea la possibilità di due distinti approcci: la terapia individuale e la terapia di gruppo. Inoltre, di notevole importanza è strutturare dei percorsi formativi dedicati ai caregiver che prendano in considerazione anche il tema del ritorno alla vita normale dopo la fine del caregiving.

La differenza tra Hospice, RSA e Casa di riposo